| rassegna stampa ACIMIT
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Materie prime Il cotone Usa scommette tutto sull'innovazione IMPERMEABILITÀ - Tra i brevetti più recenti, quello per il denim usato per produrre jeans resistenti all'acqua |
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Per fare un buon paio di jeans ci vogliono le noccioline
americane. Non è un mistero, infatti, che le arachidi siano la
giusta ouverture alla coltivazione del cotone, materia prima del denim,
il tessuto con il quale sono confezionati i leggendari blue jeans. Una
questione di terreno, quasi una memoria dal (sotto)suolo che attiene
più alle ricette dei vecchi fattori che alle luci della Fifth
Avenue. «Prima di dedicare un campo alla coltivazione del cotone
spiega con l'accento morbido del Sud il 72enne David Burns, uno
degli imprenditori più in vista del North Carolina - bisogna
iniziare a piantarci le arachidi, adottando il principio della rotazione:
quattro anni di noccioline e un anno di cotone. Allora sì che
le piante cresceranno bene e daranno prodotti degni dei nostri standard».
Mr. Burns è un businessman vecchio stampo, che dice di sentirsi farmer fino all'osso anche se nel suo gruppo, che fattura ogni anno 100 milioni di dollari, la coltivazione del cotone rappresenta solo una piccola quota. Il resto è una catena di ristoranti in franchising, una società attiva nell'oil & gas e alcune attività immobiliari che gli sono valse un posto di prestigio nel board nella First Bank del North Carolina. I suoi racconti sono quelli di un'America del cotone - dalla Virginia alla California - che non c'è più. Un mercato fatto da 20mila produttori che stanno cedendo il passo alla potenza di fuoco di pochi grandi attori, come la Allenberg Cotton, che di recente ha incorporato la Dunavant di Memphis, storica società di trading. Un mondo che abbandona ogni velleità romantica quando arriva ai piani alti della finanza newyorkese, dove il cotone diventa la materia virtuale dei future, alla Borsa delle soft commodities, a due passi dal vuoto lasciato dalle torri gemelle. Quella del cotone Usa è una partita che vale oltre tre miliardi e mezzo di dollari l'anno, per una produzione di 13 milioni di balle (ogni balla pesa poco più di 200 chilogrammi) frutto della coltivazione di quattro milioni di ettari di terreno, una superficie grande quanto Lombardia e Trentino. Ma com'è questo cotone a stelle e strisce? Si tratta dicono gli operatori di un prodotto buono, anche se non paragonabile alle eccellenze della fibra egiziana». Oltreoceano però è ormai da vent'anni che si lavoro sul marchio "Cotton Usa", concesso gratuitamente alle aziende licenziatarie, molte anche italiane, tra le quali Zucchi, Bassetti, Upim, Borgo Tessile o il Gigante. A coordinare l'operazione c'è il Cotton Council International, un ente no-profit che spinge molto sull'innovazione di prodotto oltre che sul marketing. Tra i suoi brevetti più recenti - ribattezzato Storm Denim - c'è quello dei jeans e delle felpe impermeabili all'acqua, costato in ricerca e sviluppo mezzo milione di dollari, per un cotone water resistant. Ma anche il brand "transdry", dedicato all'abbigliamento sportivo, che garantisce secondo i suoi creatori un ottimo livello di traspirazione della pelle. «Il cotone americano ha un rapporto qualità/prezzo interessante spiega Cristina Solimè, responsabile acquisti del gruppo Zucchi e può essere considerato una base adatta per i processi più evoluti di finissaggio e tinto-stamperia». E i costi? Un metro di tessuto di cotone di media qualità costa un dollaro e settanta al metro, contro un dollaro e ottanta del cotone americano. «Sulla materia prima che viene dagli Stati Uniti - sostiene Fulvio Lanza - socio della Monticolor, azienda lombarda specializzata in filati - c'è la garanzia della ecosostenibilità e di un basso livello di impurità». Ma l'Italia, dal canto suo, non fila più. Ed è la solita Cina a battere sul fronte dei costi la tradizione del Nord Italia, tanto che a metà degli anni 80 le aziende del comparto era una novantina mentre oggi si contano sulle dita di una mano. Sul fronte della materia prima, poi, il nostro paese importa ogni anno 5.500 tonnellate di cotone sodo made in Usa, su un totale in Europa di 12mila tonnellate. Daniele Lepido |