| rassegna stampa ACIMIT
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Regole. La legge sull'etichettatura entrerà in vigore il primo ottobre ma manca ancora il decreto attuativo Tessile in allerta sul made in Incerta la valutazione Ue - Aziende in stand-by sulle collezioni - LA TRASPARENZA - Tronconi (Smi): «Condividiamo gli obiettivi della normativa ma i politici che l'hanno elaborata devono renderla applicabile» - RIPRESA LENTA - Il forte aumento delle materie prime sta creando difficoltà al rilancio del settore moda dopo un anno da dimenticare |
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MILANO - Per il mondo della moda l'autunno è
già cominciato, in senso meteorologico naturalmente. Registrati
gli ordini, le collezioni per la prossima stagione sono pronte a partire
per le varie destinazioni. Tra poche settimane dovranno essere in vetrina
nei negozi del mondo, in attesa che la gente entri numerosa a fare acquisti.
Gli ordini dei mesi scorsi sono andati abbastanza bene (i buyer dei
grandi department store americani hanno aumentato il budget del 20%
circa) e le prospettive dell'export sono migliorate grazie alla svalutazione
dell'euro rispetto al dollaro.
Certo, a rendere più vischiosa la ripresa, e ad annullare buona parte dei vantaggi dell'euro debole, c'è un altro handicap, più evidente nelle ultime settimane: l'aumento dei prezzi delle materie prime. Cotone, seta e lana (per quanto riguarda il tessile, ma il fenomeno interessa molti altri settori) sono cresciuti del 45% nel giro di un anno. Perché? «Per almeno tre motivi» spiega Michele Tronconi, presidente di Smi, Sistema moda Italia, e imprenditore tessile, allarmato per i riflessi che questi aumenti possono avere sul rilancio del settore. «Sicuramente c'è un forte aumento della domanda da parte dei paesi asiatici, poi c'è una componente speculativa, perché molte risorse si sono riversate sulle commodity. Ma c'è un terzo fattore importante: parecchi paesi produttori di materie prime stanno disincentivando l'export; il Pakistan, per esempio, ha introdotto dazi sulle esportazioni, con l'obiettivo di aumentare il valore aggiunto del l'export, magari facendo alcune lavorazioni in patria. Per noi il problema è trasferire questi aumenti su listini che già sono in difficoltà». E non è finita. Sui capi di abbigliamento in attesa di essere inscatolati e spediti manca l'etichetta: quella del "made in". Perché la legge Reguzzoni-Versace-Calearo sul made in Italy, approvata il 17 marzo scorso, prevede l'entrata in vigore il 1° ottobre (per consentire l'esame di compatibilità alla Ue) ma anche la definizione entro quattro mesi (la scadenza è il 23 agosto) dei decreti attuativi. Di cui per ora non c'è traccia. Nel frattempo, la notifica che doveva essere inviata a Bruxelles prima dell'approvazione della legge in realtà è arrivata solo il 5 aprile, in concomitanza con la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale. Con il risultato che, secondo indicrezioni che trapelano nella sede della Ue, gli addetti all'esame della legge avrebbero già espresso un primo parere contrario (per ora legato al ritardo nella presentazione della notifica, ma che in seguito potrebbe anche investire il merito della normativa). E ora? Il rischio che l'Unione europea potesse eccepire alcuni aspetti della legge era stato chiaro fin dall'inizio: «Faremo uno sforzo aveva detto il viceministro allo Sviluppo economico Adolfo Urso con delega al commercio estero perché in sede europea il regolamento sull'etichettatura obbligatoria sia approvato in tempi brevi». E Paolo Zegna, vicepresidente di Confindustria per l'internazionalizzazione, aveva aggiunto che quello europeo resta «il necessario banco di prova». Ma adesso il rischio potrebbe aumentare. Se i regolamenti non arrivano in tempo, e non vengono notificati alla Ue, la legge entra comunque in vigore e si potrebbe arrivare a una procedura d'infrazione. Nel frattempo gli imprenditori si interrogano. Tante domande che non trovano risposta: cosa scrivere sull'etichetta? Le aziende straniere che operano attraverso una società di diritto italiano sono tenute a rispettare la legge? Cosa faranno le dogane? Come applicheranno le norme? «È una legge spiega Tronconi che noi condividiamo nei suoi obiettivi di trasparenza, che consideriamo fondamentale per i consumatori. E che intendiamo assolutamente rispettare. Ma come? I politici che hanno lavorato alla sua elaborazione dovrebbero fare in modo di renderla subito chiara e applicabile». Cristina Jucker |