| rassegna stampa ACIMIT
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Abbigliamento. Al via a Firenze Pitti Uomo - Il comparto cerca di risalire dopo un anno da dimenticare La moda riparte in vetrina L'intera filiera ha perso nel 2009 oltre il 20% del fatturato globale |
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La moda italiana, ancora una volta, gioca la carta della creatività
e della tradizione. L'obiettivo è cercare di agganciare la timida
ripresa mondiale, sfruttando l'abbrivio preso dal mercato con le vendite
natalizie e soprattutto con l'inizio dei saldi. Oggi a Firenze si apre
la 77esima edizione di Pitti Uomo, primo appuntamento internazionale dell'anno
per gli operatori del settore, a cui partecipano 765 aziende e 936 marchi,
di cui il 32,6% esteri, con un programma all'insegna proprio dell'innovazione
e del ritorno al classico (dal nuovo layout del padiglione centrale della
Fortezza da Basso, disegnato da Patricia Urquiola, al fashion show di
Corneliani in programma alla Stazione Leopolda). «Dopo un 2009 difficile, ci aspettiamo il ritorno dei compratori», dice l'imprenditore vicentino Gaetano Marzotto, presidente di Pitti Immagine. «In questa fase, i clienti si tengono molto leggeri di scorte aggiunge e dunque è importante offrire assortimenti creativi e qualità di servizio, per consolidare le posizioni nei paesi tradizionali, dove già vediamo i primi segnali di ripresa, e guadagnare terreno nelle aree più dinamiche, come il Far East, l'America centrale e anche il Medioriente. Certo, gli ordini che riusciremo a portare a casa durante questo Pitti andranno a incidere sulla seconda parte dell'anno conclude Marzotto . Anche il 2010, dunque, sarà un anno non facile». La moda maschile italiana esce da un 2009 pesante. Il fatturato del comparto, secondo le prime stime di Sistema moda Italia (Smi), è sceso del 9,7% a quota 8.278 milioni, con un crollo del 14% delle esportazioni e una flessione del 2,9% delle importazioni. Il saldo commerciale è sceso a 947 milioni, contro i 1.521 del 2008. I consumi di menswear hanno registrato un calo del 7,1% e il nostro export è diminuito del 22,8% verso gli Stati Uniti, del 16,3% con il Regno Unito e del 31% in Russia. Se crollano le vendite di moda maschile è inevitabile che soffra anche l'industria tessile italiana, che già nel 2004, dopo l'apertura delle frontiere Ue, aveva subito una pesante ristrutturazione. Un'esperienza, peraltro, non priva di risvolti positivi: «Il nostro sostiene Michele Tronconi, industriale tessile e presidente di Smi è un settore più abituato di altri a gestire situazioni di crisi». Ci sono micro comparti che non vanno male, come la biancheria per la casa, la tessitura a maglia e la nobilitazione (cioè il trattamento finale del tessuto) e ci sono settori, come le aziende legate al denim, che per anni sono andate bene e ora soffrono. Una cosa è certa, precisa Tronconi: «Il tessile non è una specie in via di estinzione. Molte aziende stanno reagendo bene e il sistema ha grandi potenzialità: in alcune nicchie abbiamo ancora la leadership. Quello che ci manca è un sistema paese che ci sostenga: qui non si sta muovendo niente per migliorare i fattori di competitività». Il bilancio 2009 dell'industria tessile dovrebbe chiudere con fatturati in calo del 20-22%. La crisi mondiale ha costretto alcune imprese ad abbandonare il campo: nel terzo trimestre le aziende attive nel terzo trimestre si sono ridotte a 28.409 (-4,3% rispetto al terzo trimestre 2008). Nello stesso tempo è rallentato il processo di delocalizzazione: chi ha già stabilimenti in Cina li sfrutta al massimo, chi non li ha per ora aspetta. Il tessile laniero (11% del fatturato complessivo e il 4,6% delle imprese) ha particolarmente subito i contraccolpi della crisi: crollati gli acquisti di abiti formali, i produttori di tessuti si sono trovati in difficoltà. Ma non tutti: «Molte aziende ricorda Tronconi hanno saputo reagire». Il cotone (6,4% dei ricavi, insieme con il lino, 4,4% delle aziende) è quello che soffre di più la concorrenza straniera, a parte la fascia alta. La nobilitazione, invece, (8% del fatturato totale e 2,1% delle imprese) si sta rivelando emblematica dei paradossi del cambiamento. Dopo un avvio d'anno pesante, ha recuperato e alcuni segmenti (la tintura dei tessuti o il finissaggio) sono in crescita. Spiega Tronconi: «Da un lato la componente di servizio è sempre più forte, si chiede di lavorare su piccoli quantitativi e in tempi contenuti, e la capacità di rispondere a queste esigenze è il motivo per cui la produzione resta in Italia. Ma le aziende restano piccole. Sempre più spesso, poi, queste caratteristiche vengono esacerbate fino a cozzare contro limiti tecnici: per superarli ci vorrebbe un salto tecnologico, ma il settore è troppo piccolo per stimolare l'interesse dei fornitori del meccanotessile o della chimica». Comunque l'ottimismo non manca: «Con pochi interventi del Governo conclude il presidente Smi la battaglia si può vincere». Cristina Jucker Cesare Peruzzi |